lunedì, 19 dicembre 2005

Arrivai a casa sua una giornata di autunno e a Berlino cominciavano a cadere le foglie arancio dagli alberi e lentamente scivolavano sulla strada formando una corte pesante che faceva venir voglia di buttarcisi dentro e come una bambina lanciarne una in aria e un'altra ancora, e un'altra ancora.
Subito dopo la mia scarcerazione, un secondo dopo che mi tolsero le manette la cercai. Telefonate, lettere, feci di tutto per contattarla, per poter riabbracciare la mia bambina, ma ogni mio tentativo fu vano, non la trovai più fino a quando non mi arrivò una sua lettera contente solamente il suo nuovo indirizzo. Berlino. Scappata dalla California, dai Sant'Ana, dagli oleandri. Da quel gentil fiore che ci ha separate per così tanto tempo. Oh, Astrid da quanti anni non mi guardavi più negli occhi? Da quanto tempo non respiravi la stessa aria di colei che ti ha creato? Cercavo un numero di telefono, otto cifre o poco più che mi avrebbero fatto riabbracciare la mia Astrid. Lo trovai.
La chiamai.
Cornette riattaccate in faccia, fu l'unica cosa che ricevetti in cambio al mio gesto. Mi feci forza, feci le valige e presi un aereo. Ore ed ore di viaggio in cielo accarezzata dalle nuvole soffici che ci circondavano. Solo per rivederla almeno una volta prima della fine di tutto.
Avevo bisogno di vederla, lo sentivo nel cuore, nelle ossa, nel sangue. Era più forte di me, pur sapendo che mi odiava avevo bisogno di accarezzarle i capelli e di sentire quel suo profumo di ancora bambina.Dovevo vedere i suoi occhi che mi guardavano pieni di ammirazione prima che successe. Ballare insieme a lei nella luce della luna che riflette sulla nostra pelle candida proveniente dai vichinghi, da cui abbiamo origine. Io e lei. Due donne forti, anche lei ormai.Raggiunsi la sua porta titubante. Un palazzone, un appartamento piccolo, logoro, sporco.

**

Entro in questo buco un po' intimorita. Fogli sparsi ovunque, per terra, sul letto, sulla poltrona. Ci sono pochi mobili in questo monolocale e molto freddo. L'atmosfera che respiro è fredda. Non c'è più quella complicità che c'era un tempo. Dov'è finita la mia Astrid? Davanti a me c'è una donna fredda, che non prova amore nei confronti di sua madre. Un ragazzotto dai capelli scuri viene verso di me e mi porge una mano sporca.La stringo titubante.
Lei tiene le braccia incrociate. La canottiera bianca di cotone è sporca di pittura blu e rossa. Gli occhi spenti, tristi. Quante ne hai passate Astrid in questi anni senza di me? Ti sono mancata almeno un po'?
Mette del tè a bollire e sempre stando in silenzio dopo qualche minuto me ne versa un po' in una tazza.
Perchè non mi hai risponsto mai al telefono, Astrid?
Silenzio.
Qualche parola.
Un ti voglio bene sussurrato appena e un abbraccio.
Mi ami ancora Astrid, sono ancora la tua casa. Come ho potuto dubitarne anche solo per un istante.
«Ma la luna...? l'hai vista la luna?»
«Luna occhio di cornacchia.»
«Luna faccia di bambina.»
Parliamo di qualsiasi cosa ci venga in mente.
E con quegli occhi tristi, da bambina abbandonata mi dice
«Mi hai fatto male, mamma. Davvero tanto. Ho sofferto per colpa tua. Li vedi queste cicatrici?
Bianchi solchi profondi le incidono il volto. Chi le ha potuto fare tanto male?
«Sei stata tu a procurarmele, abbandonandomi. Non volevo più vedere la tua bellezza riflessa dentro di me, non volevo più essere bella. Quei cani hanno solo ascoltato le mie preghiere.
E Claire, tu l'hai uccisa, dì la verità.
Volevo solo che tu fossi solo mia, Astrid, non volevo dividerti con nessuno.
Mi metto le mani nei capelli e inclino leggermente la testa verso destro, per guardare meglio quegli occhi lucidi a cui sta ordinando di non lacrimare, almeno ora, non vuole farmi vedere la sua debolezza.
Non piangere Astrid.

Posted by IngridMagnussen at 18:42 

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domenica, 11 dicembre 2005

Era una sera d'autunno quando venne.
Paul era rimasto in tipografia, doveva sbrigare alcune faccende, ed io avevo passato tutto il pomeriggio a sfogliare i miei vecchi album da disegno. Le mie vite, il mio passato.
Starr che provava un vestito verde.
La fronte alta di Claire, i suoi capelli scuri. Ventisette modi per dire lacrime.
Piangevo, mentre il mio indice scorreva sul profilo di Yvonne addormentata, con quel pancione che sembrava un vulcano pronto ad esplodere. Che fine hai fatto, Yovnne? E tu Sergei?
Erano mesi che riuscivo ad evitarla. A non farmi trovare in casa quando telefonava, a non rispondere alle lettere. Mi ero quasi convinta di avercela fatta, di averla persa per sempre.
Che stupida, lei era me, lei era la mia unica casa. Come avevo fatto a dimenticarlo?
Così un giorno mi arrivò quella lettera, profumata di violetta e leggera come la nebbia. Al suo interno, la sua scrittura ordinata ed obiqua, l'inchiostro blu notte. "verrò a trovarti." diceva.
Mi vennero i brividi quando lo lessi. Poi, reazione inaspettata. Per un attimo ne fui felice.
Ma poi...no. Odiavo mia madre, per tutto quello che mi aveva fatto.
Presi la lettera e la buttai, senza neppure rileggerla. "verrò a trovarti.", potevo quasi sentire mia madre pronunciare queste parole. Senza scampo, senza possibilità di evitarlo. Sarebbe venuta, e io non avrei potuto fare niente per impedirlo.
Sussultai nel sentire il campanello, un trillo che rimbombò nelle pareti del nostro vecchio appartamento. Misi in fretta gli album dentro ad una carpetta, mi asciugai gli occhi e camminai piano verso la porta.
Diedi uno sguardo alla mia immagine riflessa, e vidi una donna totalmente diversa dall'Astrid di dodici anni. Mi avrebbe riconosciuta come sua figlia?
I miei capelli, tornati lunghi, erano stretti in una treccia disordinata. Le cicatrici nelle guance erano diventate bianche e i miei occhi erano forse più scuri, più tristi. Avevano visto troppo, sofferto troppo.
Alzai il citofono senza dire nulla. Dopo qualche secondo sentii la voce di mia madre, resa metallica dall'apparecchio.
«Astrid, sono io.» La sua voce...da quant'è che non sentivo la sua voce? Il suo accento particolare, quel tono, il suono caldo delle sue parole...
Senza dire nulla le aprii la porta, e aspettai che entrasse. Non sapevo come comportarmi, cosa fare. Accesi la lampada della cucina, ma l'appartamento restò buio. Ormai era notte a Berlino...e che ora era in California?
Mia madre entrò silenziosa come uno spettro. Non la guardai, continuando ad armeggiare nella vecchia cucina a gas, per fare un tè.
«Ciao Astrid» Disse.
Non mi voltai.
«Come sta?» Continuava a parlarmi, tranquilla. Sapeva che le avrei risposto, era solo questione di tempo.
Appena il tè cominciò a bollire lo misi in due tazze, e mi voltai a guardarla, per la prima volta.
Il suo viso era invecchiato, vedevo alcune rughe sottili solcarle il volto.
Rimanemmo così, per qualche minuto, a scrutarci, analizzarci, cercare di riconoscere nell'altra almeno un riflesso della donna che conoscevamo.
Posai in tè sul tavolo, e mia madre si alzò, camminando verso la finestra.
«Ti ho telefonato più volte.»
Annuii.
«Come mai non hai risposto?»
Alzai le spalle, mescolando il mio tè con un cucchiaino.
«Astrid.» Si girò di scatto, guardandomi negli occhi. Sentii i suoi occhi, gelidi, che mi fissavano. «Io sono tua madre. La tua casa. Non puoi continuare a far finta di niente, continuare ad ignorarmi. Tu sei parte di me, non dimeticarlo.»
Come dimenticarlo, mamma? Come dimenticare cosa sono sempre stata per te? Uno specchio, una piccola Ingrid. Rabbrividii.
Lei mi guardò, capì cosa provavo. Accennò un sorriso, e tornò a guardare fuori dalla finestra, accarezzando con gli occhi i tetti della Berlino ovest.
Posò una mano sul vetro, che subito si appannò.
«Come fai a vivere qui, Astrid? Come fai a vivere, senza i Santa Ana che soffiano, senza i fiorellini d'oleandro a terra?»
Mamma, tu non sai quanto mi manchi la California. Quanto mi manchi il caldo afoso che sale dal cemento, e la nostra piscina tiepida come lacrime in quella casa ad Hollywood.
Mi alzai piano e la raggiunsi alla finestra.
«Ma la luna...? l'hai vista la luna?» Chiesi, piano.
Lei sorrise, ironica. «Luna occhio di cornacchia.»
«Luna faccia di bambina.» ribattei, mentre i miei occhi ritornavano lucidi.
Mamma...non sai quanto tu mi sia mancata...
Lei si girò, e vidi i suoi occhi, anch'essi bagnati di lacrime.
Ci guardammo. Stavamo entrambe piangendo, nel ricordo di quei giorni, una vita fa, quando insieme osservavamo Hollywood dal nostro appartamento, senza preoccupazioni, senza Barry tra i piedi.
Ci abbracciammo.
«Ti voglio bene, mamma...» sussurrai.

Posted by AstridMagnussen at 16:37 

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about oleandro bianco

Questo blog è basato sul libro Oleandro Bianco di Janet Fitch.
L’oleandro è una pianta velenosa. Lo sa bene Ingrid Magnussen , che non esita con esso ad uccidere l'amante Barry , colpevole di averla rifiutata e umiliata. La bellissima donna, artista e poetessa di successo, orgogliosa ed egocentrica, che si vanta della propria forza e indipendenza, ha una figlia dodicenne, Astrid , che l’adora. Astrid vede nella madre e nel suo stile di vita bohémienne, l’ideale della perfezione. Ingrid viene riconosciuta colpevole di omicidio e rinchiusa in prigione: per Astrid, già traumatizzata dall’evento e che si figura la madre come una vittima innocente, inizia un lungo periodo scandito dagli affidi.
Così, tra le madri adottive, troviamo: una nevrotica Starr  ex spogliarellista, ex alcolizzata, ossessionata da Dio, ossessionata dal ‘collezionare’ figli, gelosa del compagno che dimostra particolari attenzioni nei confronti di Astrid, fino alle tragiche conseguenze; una dolce e malinconica attrice, Claire , moglie trascurata e dall’ego fragile di Ron , che stringe con la ragazza un’amicizia come tra sorelle, a cui si rivelano segreti e confidenze; una cinica emigrata russa, Rena , affamata di soldi.
Astrid si trova ogni volta catapultata in mondi diversi e difficili, che mano mano la induriscono e la rendono cinica.
Anche dal carcere, Ingrid riesce a dominare completamente la figlia: riversa su di lei tutte le sue aspirazioni, le instilla il terrore per la mediocrità, nella convinzione che solo loro due siano persone davvero ‘speciali’, diverse da tutte le altre.   “Mia madre era la donna più bella che avessi mai visto. Ma anche la più pericolosa”. Solo attraverso l’affrancamento da Ingrid, la comprensione e il perdono, Astrid riuscirà a crescere e maturare, solo quando, dolorosamente e per sopravvivere, prenderà atto che proprio la madre è la sua più vera nemica.
Oleandro bianco” è stato consigliato negli Stati Uniti nel famosissimo talk show quotidiano di Oprah Winfrey, la più nota conduttrice televisiva americana, la prima donna di colore multimiliardaria (guadagna circa 97 milioni di dollari all'anno).
É un libro  inquietante, di donne ma non solo per le donne, che analizza il difficile rapporto madre/figlia, spesso fatto di rivalità e gelosie, spesso più forte di qualsiasi catena e che talora si rivela dannoso per compiere il salto nell’età adulta. Sulla difficoltà di crescere, con tutti gli ostacoli e i pericoli che comporta, ma anche un sull’affido.
L’oleandro bianco è un fiore all’apparenza fragile, in realtà pericoloso, perfetta metafora per il personaggio di Ingrid, che agisce come un veleno per chi le sta attorno, specialmente per la figlia. Così dice Ingrid alla figlia: “La solitudine è la condizione umana. L’amore ci umilia, l’odio ci può cullare”.

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Personaggi Occupati

Astrid Magnussen

Astrid Magnussen era una ragazzina di quindici anni e viveva in California quando sua madre Ingrid, una bellissima poetessa, uno spirito libero viene incarcerata con l'accusa di aver avvelenato il suo amante. Astrid così dovette cambiare diverse famiglie affidatarie, una più disastrata dell'altra e ebbe esperienze che non possono assolutamente essere definite piacevoli: amore proibito, religione, avvicinarsi alla morte, droga, autolesionismo tutto questo perchè voleva essere amata. In questi anni rimase in contatto con la madre tramite lettere che quest'ultima le spediva dalla prigione. Dopo nove anni la madre uscì di prigione, ma Astrid non volle tornare da lei  si trasferì a Berlino con il suo fidanzato, Paul Trout. E mentre ciò che Ingrid voleva tramandare a sua figlia il potere di resistere, Astrid voleva solo insegnare a sua madre ad amare.
Ora Astrid vive ancora a Berlino con Paul e fin'ora non ha più ricevuto notizie di sua madre.

Ingrid Magnussen

Ingrid è una donna forte. Discende dai guerrieri Vichinghi, coloro che hanno saccheggiato Roma, dice, coloro che appendevano gli dei agli alberi. Bella, forse troppo: i capelli biondi, quasi bianchi e gli occhi azzurro ghiaccio; anche vestita di stracci è sempre magnifica. Crudele, forse un po' sostiene che la solitudine è una condizione umana e bisogna abituarcisi. Uno spirito libero, una poetessa. Legge le sue poesie sempre vestita di bianco, avvolta in un kimono respirando i Sant'Ana che riscaldano l'aria della California. Ebbe la figlia Ingird da un danese che poi la lasciò sola. Un giorni si innamora di un uomo rozzo, che non avrebbe mai pensato di poter amare, e quando scopre che lui la tradisce, lo avvelena, con un infuso preparato con Oleandri bianchi. Viene incarcerata e in nove lunghi anni rimane sempre in contatto con la figlia. Perfida, manipola una delle madri affidatarie di Astrid che, debole, si suicida. Astrid non glielo perdonerà mai. Esce dal carcere quando sua figlia ormai ha già ventun'anni. Una brava avvocatessa riuscì a far credere alla giuria che Barry, l'amante, fosse accecato dall'amore per Ingrid e che lei avesse dovuto ucciderlo quasi per legittima difesa. Uscita di prigione non ha mai più visto sua figlia.

Lista dei personaggi

- Astrid Magnussen
- Ingrid Magnussen
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- Rena Gruschenka
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